L’arecensione: “Spot wind 2012 – lavanderia”

15 febbraio 2012

Chi mi conosce sa che ho il vizio di mettermi le dita nel naso per poi pulirmi sui vestiti di chi mi sta vicino (sia che se ne accorga, sia che faccia finta di non accorgersene). E sa pure che alimento una certa intolleranza alla demenza televisiva, eccezion fatta per i Teletubbies. Lo spot della Wind di quest’anno (che potete vedere sopra) sembra proprio un tentativo disperato di farmi vomitare o di farmi spegnere il televisore o di fare entrambe le cose contemporaneamente.

Premesso che sono un utente Wind (e il mio numero di telefono, se volete, è 329 – 確かにそれを書) e che sono stato un grandissimo estimatore del trio in questione, non riesco veramente a capacitarmi del perchè stiano facendo di tutto per farmi cambiare operatore e per pentirmi dei miei precedenti gusti in fatto di comicità.

Lo spot sembra scritto da un bambino delle scuole elementari. Ma non un bambino prodigio, direi proprio il bambino scemo seduto all’ultima fila, che si diverte a disegnare degli enormi peni sul banco. La storia manca di spessore e di consistenza e sembra non avere nessun filo logico tra l’inizio e la fine. La struttura narrativa si limita ad essere un impasto grumoso di gag disarticolate che lasciano l’amaro in bocca e il telecomando in mano. Il tutto ruota all’interno di una lavanderia all’interno della quale una donna cerca di ritirare suo marito dopo il lavaggio. Uno dei due commessi, probabilmente per qualche scherzo del destino, si ritrova ad appoggiarsi con tutta la mano ad un portatile, SENZA SAPERE CHE QUEL PORTATILE GESTISCE TUTTA LA PARTE MECCANICA DELLA LAVANDERIA. Ovviamente ci sta un pò di dramma personale in quell’errore di cui, molto probabilmente, non riuscirà più a farsene una ragione, ma dove sta la morale? Dove sta il sentimento? Dove stanno le ragazze in topless?

Certo, chi è armato di buonsenso aspetterà di vedere tutto lo spot prima di dare un giudizio definitivo, con la vana speranza che questo possa migliorare negli ultimi millisecondi, ma posso senza dubbio dire a costoro che possono evitare di aspettare la fine e godersi allegramente un altro spot. Ovviamente il discorso è diverso se il tipo armato di buonsenso è il bambino scemo di cui sopra.

Evitiamo di ricercare dei richiami o dei riferimenti al pittoresco rapporto lavanderia-telefono, perchè è sicuramente tempo sprecato. Ancora tempo sprecato, per la precisione.

Per quanto riguarda la regia, ottima la prova d’autore del regista che ricrea fedelmente i movimenti di un malato di Parkinson. La pellicola è caratterizzata da stacchi della lunghezza massima di un nanosecondo accompagnati da movimenti rapidi e repentini della telecamera che dovrebbero suggerire un’idea di dinamicità ma che suscitano dinamiche reazioni epilettiche.

Gli attori si prestano, almeno quello, con una certa allegria a questa ridicola farsa. Purtroppo questa sintonia non si traduce in una recitazione fluente e sentita. Giacomo, ad esempio, stenta ad immedesimarsi nel ruolo del capo da ritirare. E’ come se quella parte gli fosse scomoda, non riesce a far suo il personaggio. Aldo invece non è capace di trovare la comica serietà e la malinconia del commesso maldestro. Per tutto lo spot non fa che annaspare alla ricerca della poesia e dell’interiorità dei suoi movimenti. L’unico spezzone in cui mostra sentimento e passione è quando pronuncia la bellissima frase: “AAAAAAHHHH!” dopo aver infilato il piede nel pittoresco ingranaggio che fa muovere tutto. Ottimo, come sempre, Giovanni, che spero con tutto il cuore di vedere in qualche spot di più elevata caratura, tipo lo spot di una BMW o di qualche compagnia petrolifera.

Nel complesso, nonostante le migliaia di cose negative, vale comunque la pena di vedere lo spot per godere della pavimentazione della lavanderia. Veramente di alto livello.

Giudizio finale: 2/5

Link articolo su LeViol


Tutta la fatica spesa a fare la spesa.

5 febbraio 2011

Mi ci gioco la mia proverbiale serietà che è capitato a tutti di fermarsi e riflettere su quanto la vita si intrisa di splendore, di quanto siamo piccoli e insignificanti non solo in confronto all’universo tutto, ma anche in confronto ai bucolici copertoni dei trattori, di quanto perfettamente complessa e misteriosa possa essere la mente umana. Ed è proprio nel momento in cui si è ad una sputazzata dall’illuminazione, quando se ne percepisce la grandezza, la magnificenza, il fresco odore di pulito, è proprio in quel momento nefasto che ci si accorge che la carta igienica è finita.

E lì rimpiangiamo di avere buttato la copia de “La Settimana Enigmistica” che tenevamo in bagno da anni, talmente vecchia che nella foto del cruciverba in copertina c’era una foto della Montalcini da giovane, talmente usata che nei giochi dove si uniscono i puntini si erano provate tutte le combinazioni possibili, coi fogli talmente ingialliti e logorati dal vapore acqueo del bagno da sembrare stampata su pergamena. Non oso immaginare in quale modo agghiacciante abbiate risolto il problema, ma una volta usciti da quella terribile situazione non potete esimervi dall’andare a fare la spesa.

Sì, certo, siamo tutti bravi così.

Fare la spesa è una tra le torture medievali che fa consumare più calorie e che fa sospirare più bestemmie. Se si va a fare la spesa nei supermercatoni, si entra in una dimensione parallela in cui il clima va  per i cazzi suoi: se entri d’inverno, dentro trovi il Sahara; se entri d’estate dentro trovi Licia Colò che accarezza un orso polare palesemente morto di freddo. Una volta entrati si è di fronte a queste autostrade a 4 corsie, tutte affiancate tra loro, di cui non vedi la fine e di cui ti rimpiangi l’inizio, separate da queste file di scaffali appenninici alti tipo 30 piani di morbidezza.

Gli spot televisivi ci hanno abituato all’immagine di una famigliola felice che fa la spesa, che spinge un carrello colmo di minchiate, allegra come la squadra vincitrice delle Olimpiadi dei pirla. Il capofamiglia, cioè la madre, in genere mostra titubanza, tenendo in una mano un tacchino da 43 kili e nell’altra mano un flacone da 12 litri di Cif mulituso, indecisa (e chi non lo sarebbe?) se sfamare un villaggio di pigmei o lucidare lo yacht di Bill Gates. Fermo restando che è tutt’altro che semplice lucidare uno yacht con un tacchino (finchè il tacchino non è convinto di farcela).

Bill Gates quando era giovane e bello. Quando era giovane e basta.

E poi, all’appello figura questa sorta di hobbit delle praterie, con la scatola cranica ripiena di Gormiti, vestito come un’offesa ai daltonici, che apre bocca solo per elemosinare ai genitori le peggio stronzate: i cereali con la faccia di Mago Zurlì, i mottini di Action Man, lo scendiletto al sapor di tirannosauro e così via. Ma non è nulla, in confronto all’altro componente/appendice/dependance della famiglia: il padre, che infila nel carrello tutto ciò che quella pustola gli chiede. Anzi, per fugare ogni dubbio sulla sua demenza gli propone cose del tipo: “Caro il mio figlio, perchè non prendiamo questo gel? C’è il 40% di estratto di cactus, costa il 16,8% in meno, è grande il 21,3% in più! Ed inoltre ti puoi buttare da un dirupo mantenendo intatta la tua capigliatura effetto bagnato”. Il figlio, a quel punto, ignorante come una pala, ha uno shock anafilattico provocato da tutte quelle percentuali e decide di vendere la sua anima a Mara Maionchi.

In altri spot non è difficile vedere pornomamme che consigliano di leggere, scandite dal dito che bacchetta, le etichette degli alimenti. Per fortuna le case produttrici in questo ci aiutano, stampando etichette ai limiti della decenza. Prendete una scatola di qualcosa, ad esempio..qualcosa, potete ben notare che nella bellissima confezione son stampati ettari di paesaggi incontaminati, fiumi, cascate, piatti, bigfoot, rondini, scritte intergalattiche, opossum e così via,e poi, infine, relegato in un angolino come se fosse in castigo, ti scrivono vita morte e miracoli di quel prodotto. Oppure, se la scatola è abbastanza grande, i produttori si curano di tradurre gli ingredienti anche in Sumero, Fenicio ed altre lingue sconosciute pure ad Aldo Biscardi. Il tutto per venirci ovviamente incontro.

I Fenici amavano fare la spesa. Ed avevano espressioni molto interessanti.

Leggere le etichette in effetti è importante, e leggere attentamente le etichette è vitale, e leggere attentamente le etichette degli alimenti dovrebbe diventare la ragione di vita di chi si ama, e non ha un cazzo da fare durante il giorno. Ad esempio, state attenti alla dicitura che vi rassicura che l’alimento non contenga OGM! Non sia mai che vi facciate una carbonara con uova deposte da un commercialista, o che vi facciate una spremuta di arance suine!!! Se proprio volete essere splendidi allora comprate solo quello che viene prodotto in Italia e che contiene la scritta “Quest prodot is completament prodotted in Italia”. Pensate, ad esempio, che ci sono tantissimi bagnischiuma che non contengono metilcloroisotiazolinone munto in Italia, e questo è un oltraggio alle nostre vacche, che oltre a condurre reality show, secernono dell’ottimo metilcloroisotiazolinone DOC.

A rallentare ulteriormente questa tortura ci si mette anche la distrazione della gente, che maldestramente fa cadere a terra qualsivoglia materiale in grado di ingarbugliarsi nelle ruote del vostro carrello. Dopo quell’intreccio sessuale di materiali la ruota del vostro carrello si fermerà per sempre. A vita. Forever and ever. Se continuate ad andare avanti la situazione non fa che peggiorare, se invece andate indietro è ancora peggio. Per cui, se il carrello è già pieno, non vi resta che trascinarvelo appresso. Nel frattempo, la ruota bloccata inizia a cancellare come una gomma i disegni sul pavimento, lasciando dietro di voi una linea bianca continua che impedirà a chi sta dietro di voi di sorpassarvi (il codice della strada non ha umanità nemmeno in un supermercato). E da lì, un coro di bestemmie vi delizierà fino all’uscita, sovrastato solamente dallo stridere della ruota sul pavimento.

Un carrello fotografato da un autovelox.

Stanchi di vivere e di reagire, arrivate alla cassa, ma la fortuna vi fa l’occhiolino (mentre vi urina sulle scarpe) e dopo 20 minuti di fila vi accorgete che quella cassa è quella per chi ha meno di 10 articoli. La vecchietta dietro di voi se n’era già accorta 19 minuti prima, ma siccome si può essere baldracche anche a 82 anni, voleva godere nel vedervi soffrire.

Selvaggiamente urtati, vi dirigete verso un’altra cassa, la cui fila si srotola fino all’orizzonte. Approfittate del tempo impiegato a far la fila per conoscere gente, socializzare, sposarvi, procreare, divorziare, farvi operare alla prostata.

Dopo 4 governi siete arrivati alla cassa e siete talmente stufi da non curarvi nemmeno del fatto che la signora prima di voi stia pagando esclusivamente con monete da 2 centesimi, segno inequivocabile che si può essere baldracche anche a 82 anni.

Ridi ridi. Ti farei ridere io.

E’ il vostro turno, cosa può andare storto ormai? Nulla. A parte la natura diabolica della tecnologia che si manifesta sotto forma di insolenza del lettore del codice a barre, che si rifiuta con grande egoismo di leggere l’etichetta. La commessa suda 7 divise cercando di far passare il codice a barre in tutti i modi: orizzontale, verticale, obliquo, di sbiecco, perpendicolare, parallelo, ipotenusa. Con aria di indifferenza, si decide di telefonare al reparto “Delle cose che non passano al lettore” che risolve il problema in 7 giorni lavorativi, dove “lavorativi” è un ovvio eufemismo.

Soddisfatti e pieni di voi, uscite dal supermercato ed assaporate di nuovo la libertà. Senza sapere che avete dimenticato di comprare la carta igienica.

Non c'è qualcosa di più morbido da usare come carta igienica??


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